“BADANTI”: QUALIFICARE IL LAVORO PRIVATO DI CURA IN LOMBARDIA

Presentata a Milano la prima ricerca (curata da IRS, Caritas Ambrosiana e Associazione Migranti di Brescia) in Lombardia sul fenomeno delle assistenti familiari, sui loro progetti migratori e sulla propensione a qualificare il proprio

E’ stata presentata a Milano la ricerca “Qualificare il lavoro privato di cura” (curata dall’Istituto per la Ricerca Sociale IRS di Milano, in collaborazione con Caritas Ambrosiana e Associazione Centro Migranti di Brescia), ricerca che ha analizzato in modo estensivo – e per la prima volta in Lombardia – il fenomeno delle assistenti familiari (le badanti), i loro progetti migratori e soprattutto la loro propensione a qualificare il proprio ntervento, a formarsi, a emergere dal lavoro nero.

Alla presentazione, insieme ai curatori della ricerca Daniela Mesini e Giselda Rusmini, hanno partecipato, Emanuele Ranci Ortigosa, presidente dell’IRS e don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Ambrosiana. La ricerca è stata realizzata ell’ambito del progetto Equal (Fondo Sociale Europeo). I partner del rogetto sono: Istituto per la Ricerca Sociale di Milano (capofila),

Caritas Ambrosiana, Comune di Sesto San Giovanni, Comune di Brescia, Cgil Lombardia. Il progetto ha permesso anche l’avvio, a Brescia e a Sesto San Giovanni, di sportelli per l’incontro tra domanda e offerta di assistenza e di due corsi di formazione per assistenti familiari. In allegato insieme ai risultati principali della ricerca, una tabella sintetica con tutti i risultati.

Abstract della Ricerca

La ricerca dell’IRS (Istituto per la Ricerca Sociale) ha analizzato per la prima volta in modo estensivo la presenza di assistenti familiari straniere in Lombardia. Il suo oggetto è stata la propensione delle “badanti” a qualificare il proprio intervento, a formarsi, a emergere dal mercato nero. Sono state intervistate 354 assistenti familiari, nelle province di Milano e di Brescia.

Formazione e qualificazione

Il lavoro di cura – secondo la maggioranza delle badanti - non richiede specifiche competenze, perché legato alle funzioni quotidiane della “donna di casa”. Spesso è vissuto con

rassegnazione, con spirito di sacrificio nei confronti di figli e famiglie rimaste nel Paese d’origine. Sei badanti su dieci sarebbero interessate a seguire un corso, ma solo se questo non ha costi. Nel caso delle sud-americane la disponibilità sale all’88%. Problematica risulta l’effettiva applicazione dei diritti dei lavoratori: in un caso su tre non è rispettato il contratto di avoro

(giorni di permesso, di riposo e permessi orari). Una badante su tre non gode di giorni di malattia retribuiti.

Identikit di chi è più interessato a qualificarsi

Sud-americane e asiatiche, più giovani, più intenzionate al ricongiungimento familiare. In tutto comunque meno del 40% del totale delle badanti. La scarsa propensione a qualificarsi è anche dovuta all’assenza di un profilo istituzionalmente riconosciuto.Cala la disponibilità alla co-residenza

L’impegno lavorativo è consistente: la condizione di o-residenza con l’assistito riguarda il 70% delle assistenti familiari, dato più elevato per le europee dell’Est. Diminuisce la disponibilità alla co-residenzialità. Il che può essere letto come un indicatore di integrazione sociale delle assistenti familiari, che acquisiscono

progressivamente una propria autonomia abitativa.

Tre profili emergenti

Il primo è dato dalle lavoratrici di provenienza dall’Est Europa (56% del totale), con progetto migratorio di breve periodo (circa un terzo intende trattenersi in Italia solo 2/3 anni), senza corsi

formativi alle spalle e con la più bassa propensione a seguirne in futuro; due su tre esse non hanno fatto alcun tentativo di ricerca di lavori alternativi. Si tratta essenzialmente di lavoratrici co-residenti. Il secondo profilo vede concentrate soprattutto donne asiatiche e africane, ma anche molte sud-americane (queste ultime sono il 30% del totale in Lombardia). Si tratta di donne con progetti migratori di lungo periodo che progettano il ricongiungimento familiare, più

propense ad innalzare le proprie competenze nel lavoro di cura e che spesso hanno già seguito corsi di formazione in Italia.

Il terzo profilo riguarda infine le assistenti familiari italiane. ono solo il 3% del totale, ma in aumento. Hanno un basso titolo di studio, lavorano decisamente per meno ore al giorno (4/5 in

media), con poche esperienze formative pregresse. Il lavoro di cura risulta assumere per queste lavoratrici la connotazione dell’’ultima spiaggia”.

Quasi 700.000 Secondo le nostre stime, fondate su dati Inps e una capillare rilevazione nei Centri di ascolto Caritas, in Italia sono 693.000 le assistenti familiari. Di queste, 619.000 sono

straniere. Delle straniere: il 38% è senza permesso di soggiorno; almeno il 22% ha il permesso ma lavora in nero; il rimanente 40% ha permesso e contratto di lavoro, anche se spesso per un numero di ore inferiore a quelle effettivamente lavorate.In Lombardia si concentra il 18,2% delle assistenti familiari italiane, 126.000, corrispondenti a 7 “badanti” ogni 100 anziani over 65: un tasso di copertura di gran lunga maggiore dei servizi domiciliari e residenziali pubblici. Quasi la metà (45%) degli anziani con problemi di autosufficienza infatti ne usufruisce.

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