Iraq, trincea d'Eurasia Prefazione di Enrico Galoppini Il controllo del discorso sull'Irak - Il "guastafeste" Padre Benjamin - C’è chi dice che a pensar male…

(x) Prefazione di Enrico GaloppiniIl controllo del discorso sull'Irak - Il "guastafeste" Padre Benjamin - C?è chi dice che a pensar male?


«Iraq, trincea d'Eurasia» di Jean-Marie Benjamin

Libro-intervista a cura di Tiberio Graziani

Prefazione di Enrico Galoppini

Edizioni All'Insegna del Veltro Viale Osacca 13 - 43100
Parma

insegnadelveltro@libero.it

pp. 124, euro 10,50



Seguito dal saggio “L’Asse e l’Anaconda. L’Iraq di fronte
alla conquista dell’Eurasia” di Carlo Terracciano.


Il controllo
del discorso sull’Iraq


Chi leggerà questo libro-intervista, che a causa di una
limitata distribuzione non godrà della grancassa delle
recensioni importanti, con buona probabilità fa parte di
un’élite, di quelle persone, cioè, che s’interrogano e che
hanno intuito che qualcosa nelle versioni ufficiali non va,
che hanno fiutato l’«inganno iracheno».


Senza voler fare dello snobismo, e se si hanno delle
relazioni con persone di varia estrazione, ci si rende
facilmente conto però che si è letteralmente circondati da
gente per la quale sapere che un Paese viene aggredito
pretestuosamente e sottoposto ad ingiustizie a catena non
costituisce un fattore di scandalo. Si tratta di persone
spesso in buona fede, ma che per semplice ignoranza o perché
«si informano» quel tanto che reputano bastevole, provano
compassione, sgomento e indignazione per le tragedie che
colpiscono popoli interi solo se glielo ordina il
telegiornale.


A queste persone vorrei davvero che giungesse questo
volumetto, di modo che si rendano conto che mentre un mondo
cosiddetto «libero» viene immerso a forza nell’atmosfera da
psicodramma collettivo delle celebrazioni della prima
ricorrenza dell’11 settembre e dell’avvio di Enduring
freedom, in Iraq si ricordano, certo più sommessamente, i
dodici anni di un evento realmente duraturo, tanto che
verrebbe da chiamarlo Enduring embargo.


Ma i «padroni del discorso» hanno buon gioco nell’aver
partita vinta: l’embargo all’Iraq ha decretato la morte
mediatica di questo Stato, che non riesce più a far sentire
la propria voce al resto del mondo. Tutte le calunnie sono
permesse senza tema di smentita.

L’ultima, davvero esilarante, riguardava un “figliastro di
Saddam Hussein” intento ad ordire trame malefiche per
sabotare il 4 luglio degli americani. Anche gli sbarchi di
disperati sulle coste italiane offrono lo spunto per
disinformare, e in totale contraddizione rispetto a quanto
evidenziano le immagini questi sono metodicamente descritti
come “di profughi in maggioranza curdi”. Non vittime della
pulizia etnica strisciante messa in atto dalla Turchia
(paese dal quale salpano appunto le «carrette del mare»), ma
“in fuga dal regime di Baghdad”.

E non fa uno strano effetto sentire questi campioni della
«libertà» e dell’«autodeterminazione dei popoli» discettare
sulla necessità di favorire l'ascesa di un «Kharzai
iracheno»? A rendere completa la costernazione dell’élite di
cui sopra giungono infine le indiscrezioni sull’ennesimo
tribunale ad hoc che dovrà ribadire che – mentre suda freddo
al solo pensiero di una Corte penale internazionale - l’Angloamerica
incarna il Bene.


Anche quelle poche volte in cui viene pubblicamente
riconosciuta la gravità della situazione in Iraq indotta
dall’embargo e dai bombardamenti angloamericani, il quadro
interpretativo di fondo non cambia e si sposa la versione
ufficiale: è tutta colpa di Saddam Hussein e gli iracheni
dovrebbero liberarsene. Come mai, allora, per spiegare l’11
settembre diventa sconveniente sostenere che la
responsabilità ricade sull’establishment statunitense e la
sua cocciutaggine nel voler imporre ai quattro angoli della
Terra i propri diktat?


Ma non è finita qui. In quella galera a cielo aperto che è
l’Iraq non solo segnano la dodicesima crocetta sul muro ma
aspettano anche altre bombe, dopo quelle del ’91, del ’98 e
tutte quelle dispensate con regolarità per tutti questi anni
con la scusa delle «No fly zone» (che mai l’Onu ha
riconosciuto).

Per una logica perversa, un Paese sotto embargo, per quel
credito di cui godono i «promotori del Bene» angloamericani,
e proprio perché essi ne hanno insinuato l’intrinseca
malvagità (“se c’è un embargo un motivo ci sarà”), resta un
Paese suscettibile in ogni momento di essere aggredito senza
che gli aggressori debbano giustificarsi troppo (difatti,
anche Iran e Corea del Nord hanno i loro embarghi, non si sa
mai).


La pratica dell'embargo - oltre al crimine perpetrato contro
un intero popolo - è a ben vedere un monito rivolto a tutti
coloro che mirano a divincolarsi dalla marcatura
angloamericana: “Visto che cosa accade a chi osa
contrastarci?”. Ma, quel che vi è di peggiore in tutto
questo, l'Iraq è diventato il laboratorio a cielo aperto
degli esperimenti del «dominio globale»: distruzione
dell'economia attraverso il bombardamento degli impianti
industriali e delle infrastrutture, embargo come terapia di
mantenimento in uno stato di prostrazione, stillicidio di
raid aerei al fine di provocare e di mantenere alta la
tensione.


Attaccheranno di nuovo, non attaccheranno? Ci sta che mentre
questo libro uscirà dal tipografo, dalle macerie di Baghdad
verranno estratti altri cadaveri. Non aspettiamoci comunque
di vedere quei morti . Morti perché negli stessi dodici anni
d’embargo l’Iraq non ha tirato neanche una bomba sull’Angloamerica,
e neppure ha spedito una misera letterina all’antrace …


Il
"guastafeste" Padre Benjamin(*)


Il sistema di controllo delle menti lavora tuttavia anche
grazie a pure e semplici scorrettezze e ad inveterati
convincimenti assunti acriticamente come dati di fatto, i
quali, come se agisse un automatismo, vanno a tappare falle
eventualmente apertesi nell’apparato predisposto.

Così, se a rompere l’incantesimo giunge un Padre Benjamin
con elementi clamorosi ed inediti, i più mostrano di saperla
lunga, cominciano a scuotere il capo e prendono a chiedersi
(cosa che di norma non fanno mai) chi ci sarà mai dietro
questo strano prete che s’incaponisce nel difendere una
delle proverbiali cause perse. Il problema è forse che
Benjamin, il quale non rappresenta alcuna istituzione
prestigiosa, risulta poco autorevole? No, non è un problema
di autorevolezza. Abbiamo ex alti funzionari dell’Onu come
Denis J. Halliday e Hans Von Sponeck che espongono fatti
gravi e circostanziati, ma neppure a loro viene dato
credito.


La verità è che i «padroni del discorso», di fronte a
denunce precise e documentate non ribattono con argomenti
più convincenti o, meglio ancora, più aderenti alla realtà;
essi vanno avanti per affermazioni apodittiche,
indimostrabili quindi, e per questo si evita attentamente
che le loro sfilate sulle passerelle dei talk show si
trasformino in occasioni di pubblico confronto con le
opinioni di un Padre Benjamin come minimo giudicato
«eccentrico» .


No, dare credito a quelle parole non conviene proprio. E in
qualche modo, magari confusamente, la maggioranza lo
realizza. Certo, tra questi c’è anche chi non ha mai sentito
altre campane, ma c’è anche chi non ne vuole sentire. In
effetti, la maggior parte di questi ultimi sposa le tesi
ufficiali immaginando che avallare tutte le malefatte
angloamericane garantisca il proprio benessere, la
prosecuzione indefinita di un modello sviluppista garantito
solo ad un club di privilegiati.


Qui è perciò il caso di ricordare loro il danno derivante a
tutti noi dall’accettare senza battere ciglio le politiche
decise a Washington, Londra e Tel Aviv. All’inizio degli
anni Ottanta, il volume di affari tra Italia e Iraq era di
circa 4.200 miliardi di lire; ebbene, nel 1992 era ridotto
ad un miliardo (dati Istat). Che cosa guadagna quindi
l’Europa dall’accettazione di queste politiche
deliberatamente antieuropee attuate con l’avallo di una Gran
Bretagna sentinella degli interessi americani in Europa e di
un Israele che addirittura alcuni vorrebbero far aderire
all’Unione Europea? Un boomerang più bollente della
proverbiale patata in cambio della rovina dei rapporti con
due intere sponde del Mediterraneo e oltre.

C’è chi dice
che a pensar male…

Padre Benjamin, in tutta questa storia, non nomina spesso
Israele. L’ha fatto il ministro iracheno Tareq ‘Aziz nel
corso di un’intervista contenuta nel suo terzo documento
filmato intitolato Iraq: il dossier nascosto. 54 minuti di
distillato di verità. Pochissimi i giornalisti in sala, il
giorno della prima italiana, nel dicembre scorso. Il
documentario impressiona per l’assoluta alterità rispetto
alle versioni disponibili fino a quel momento.

Segue una conferenza stampa, in cui Padre Benjamin tiene
banco da par suo. Gli fanno seguito alcuni parlamentari,
nello stile che si confà al ruolo che rivestono. Ce n’è uno,
del gruppo dei Verdi, che è evidentemente imbarazzato. Non
tanto per l’autentico j’accuse in VHS che - tanto per fare
un esempio - aveva appena inchiodato alle loro
responsabilità funzionari dell’Onu che di soppiatto
lavoravano per gli Stati Uniti, quanto per i riferimenti
fatti da Tareq ‘Aziz al ruolo dello Stato d’Israele nel
mantenimento dell’Iraq in uno stato di completa
prostrazione: “Ecco, io proporrei di tagliare, per una
prossima proiezione, i riferimenti ad Israele…” . Che cosa
aveva messo in agitazione il senatore dei Verdi? Alcuni
passaggi poco meditati della recente storia d’Italia
sembrano fornire qualche risposta:


“Il 1984 è l’anno in cui si realizza la rottura politica fra
il PSI di Bettino Craxi e gli ebrei italiani. […] Il 7
aprile l’Italia […] alla 71esima Conferenza
Interparlamentare che ebbe luogo a Ginevra, votò – unico
paese occidentale schierato con il blocco sovietico – una
mozione dell’Iraq di Saddam Hussein che equiparava sionismo
e razzismo, sosteneva il boicottaggio di Israele e difendeva
il diritto alla «lotta armata per la liberazione della
Palestina». Ad esprimere il voto a Ginevra fu il ministro
degli Esteri Andreotti mentre il capo della delegazione era
il senatore comunista Paolo Bufalini.

[…] Il 6 dicembre, il presidente del Consiglio socialista
accompagnato da Andreotti, a sorpresa, volò a Tunisi per
incontrare ufficialmente Yasser Arafat, sul cui capo pendeva
in quello stesso periodo un mandato di cattura spiccato
dalla magistratura italiana per le forniture di armi
dall’OLP alle BR.

[…] La reazione del governo di Gerusalemme – allora una
coalizione fra i laburisti di Shimon Peres ed il Likud di
Itzhak Shamir – fu durissima: il premier Shimon Peres
rinunciò sine die al suo arrivo in Italia previsto per il 13
dicembre. Mai le relazioni tra i due paesi avevano raggiunto
un punto così basso” .


15 dicembre 1992: i giudici di «Mani pulite» inviano al
segretario del Partito socialista Bettino Craxi un avviso di
garanzia contestandogli quaranta capi d’imputazione. Le
inchieste prendono i mira soprattutto l’area “dei «nuovi
venuti», alleati del craxismo emergente e fautore di una
spregiudicata indipendenza dell’Italia nei rapporti con i
Paesi arabi. Questo genere di orientamento «ad un
rafforzamento dei legami fra le due sponde del Mediterraneo»
e a una relativa autonomia nelle fonti di approvvigionamento
delle materie prime veniva espresso dai rapporti
privilegiati imbastiti da Andreotti nei confronti della
Libia e da Craxi verso la Tunisia. I «vecchi poteri forti
internazionali», quali il Fondo Monetario Internazionale, la
Trilaterale, il Gruppo Bilderberg, vedono tutto ciò come una
minaccia al loro programma di globalizzazione dei mercati, e
si ingegnano di tarpare le ali a quel poco di politica
estera d’impronta nazionale che certi settori socialisti si
industriano di porre in atto. […] La fuga di Abu Abbas,
favorita dai comandi dell’aeronautica controllati dai
generali piduisti, viene considerata un «tradimento
dell’Alleanza atlantica» […]. L’anomalia italiana introdotta
dall’alleanza Craxi-Andreotti deve essere liquidata e
l’operazione riceve il placet della CIA […]. La
progettazione a tavolino del pool «mani pulite» e la
liquidazione di questi due avversari politici per via
giudiziaria passa nuovamente per il dipartimento relazioni
estere della CIA […] .


Giusto un anno prima, il 16 dicembre 1991, con Saddam
Hussein messo K.O., l’Onu aveva revocato la risoluzione 3379
dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che il 10
novembre del 1975 equiparava sionismo e razzismo. Quella
risoluzione confermata quel 7 aprile dell’84 a Ginevra da
Iraq e Italia…

A partire da «Mani pulite» in Italia prende così il via un
processo che tra fughe in avanti e battute d’arresto punta
anche a stabilire con chi si deve stare nel Vicino Oriente,
esautorando l’Italia da ogni margine di politica estera
autonoma in quell’area.

Il 10 novembre 2001, a Roma, in Piazza del Popolo, si
celebra il buon esito di quel processo.
Enrico Galoppini

(*) Padre Jean-Marie Benjamin è
segretario generale della Fondazione Beato Angelico, membro
della “Société des Gens de Lettres de France”, presidente
del “Benjamin Committee for Iraq”.

Nel 1998 attraversa l'Iraq (percorre oltre 4.000 km nel
paese) e realizza un documentario “Iraq: Genesi del Tempo”.
In dicembre è a Baghdad durante i bombardamenti occidentali.
Dopo un’inchiesta internazionale realizza un nuovo
documentario “lraq: viaggio nel regno proibito”, dedicato
alle condizioni di vita della popolazione e agli effetti
della contaminazione radioattiva provocata dalle armi
all'uranio impoverito.

Nel settembre 1999, pubblica in Francia, Svizzera e Italia
il libro “Iraq: l’Apocalisse”, in cui denuncia la guerra
terrorista degli anglo-americani, gli effetti dell’uranio
impoverito e delle sanzioni. Per Padre Benjamin l’Iraq è un
enorme campo di concentramento, in cui la potenza
mondialista anglo-americana ha rinchiuso un intero popolo.

Nel luglio 1999, presenta un rapporto al parlamento italiano
che darà origine all'interpellanza del luglio 2000: un voto
a larga maggioranza chiederà al governo italiano di
ristabilire le relazioni diplomatiche con Baghdad e di
intervenire presso l’ONU per sollecitare la fine
dell'embargo.

Il 3 aprile 2000, effettua un volo Amman - Baghdad (con
Vittorio Sgarbi, Nicola Grauso e il pilota Nicola Trifoni)
in violazione dell'embargo.

Il 29 novembre 2000, interviene sull'Iraq al parlamento
britannico (House of Commons), alla presenza di numerosi
deputati inglesi.

L’11 dicembre 2000 organizza un volo da Parigi a Baghdad con
a bordo 118 personalità (Francia, Italia, Svizzera, Paesi
Bassi ed Inghilterra) del mondo della politica, della
diplomazia, della cultura, delle religioni, delle
organizzazioni internazionali, dell’arte e del giornalismo.

Nel dicembre del 2001 presenta al parlamento italiano e a
quello britannico il terzo documentario dedicato all’Iraq:
“Iraq: il dossier nascosto”, in cui ex funzionari delle
Nazioni Unite accusano le commissioni dell’Organizzazione
essersi piegate alle pressioni dei governi di Londra e
Washington.

Nel giugno del 2002 pubblica “Obiettivo Iraq. Nel mirino di
Washington”.



GdS 18 XII 02

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Jean-Marie Benjamin (x)
Politica